Infernus, sì, chiamalo pure così, è un’avventura d’azione in terza persona che non ha nessuna voglia di raccontarti la solita favoletta con missioni a tappe e dialoghi prefabbricati. Ti scaraventa dentro una terra sventrata, ferita da guerre e infestata da presenze che non hanno nome, come se un disastro dimenticato avesse lasciato dietro solo rovine e sussurri. Un uomo. Solo. Cerca di capire chi è davvero, scavando nel proprio passato mentre affronta creature che sembrano sputate fuori da un incubo e che non puoi eliminare con i soliti trucchi da videogioco.
Il combattimento è ravvicinato, fisico, quasi viscerale; ma poi ti ritrovi a vagare, libero, senza linee guida, seguendo l’istinto più che una mappa. Non è una storia di buoni contro cattivi. Niente morale da predica domenicale. È piuttosto una riflessione sporca e dolorosa sul conflitto umano: quella fame di distruzione che l’uomo si porta dentro e che continua a reinventare, come se non sapesse farne a meno. Il gioco ti mette davanti allo specchio, mostri fuori, mostri dentro, e ti lascia con l’essenziale: una spada, un drone e il tuo fiuto per la sopravvivenza. Niente mini‑mappa. Niente bussola. Nessun indicatore luminoso a dirti dove andare. Ti muovi in un mondo semi‑aperto, al tuo ritmo, inciampando nei segreti e affrontando ciò che viene dopo, senza promesse e senza scuse.
Perché dovrei scaricare Hell is Us?
Hell is Us non è il solito gioco d’azione con missioni lampeggianti e combattimenti da fuochi d’artificio. No, niente di tutto questo. È un’esperienza che pretende curiosità, quella voglia un po’ testarda di capire da soli dove andare e cosa fare, senza che nessuno ti prenda per mano. Gli autori hanno deciso di buttare via tutto ciò che sa di artificiale: niente icone sulla mappa, niente GPS, niente bussola magica. Devi guardarti intorno, davvero. Ascoltare l’istinto, annusare l’aria digitale. Ogni scoperta diventa un piccolo trionfo, perché il gioco non ti regala nulla.
E la storia? Pesante come piombo fuso. Non solo per l’ambientazione soprannaturale, ma perché parla di guerra, di lutto, di quel groviglio fragile che chiamiamo cuore umano. Non sei l’eroe che salva il mondo; sei qualcuno che lo osserva mentre si sgretola e cerca di capire cosa resta dentro di sé. Il disastro che genera quelle creature ibride è solo uno specchio: riflette il caos che gli uomini sanno creare da soli, con una precisione quasi poetica. Non è un racconto sui mostri, ma su ciò che li genera.
La guerra è sporca. Sempre. Qui la combatti con spade, asce, lance, strumenti antichi e brutali, contro esseri venuti dal sottosuolo. Ogni arma ha un’anima diversa: devi sentirne il peso, capire il ritmo, la distanza giusta per colpire senza farti sbranare. Premere tasti a caso? Dimenticalo. C’è anche un drone, silenzioso come un pensiero che non vuoi ammettere; ti osserva le spalle, scandaglia l’ambiente o interviene quando la battaglia si fa troppo stretta.
E poi c’è il silenzio. Quello vero, quasi sacro. Nessuna direzione imposta, nessun dialogo continuo a riempire i vuoti: solo te e il mondo spezzato davanti agli occhi. Puoi camminare per chilometri, inciampare nel pericolo o restare fermo a guardare le rovine respirare sotto la luce pallida del cielo. Il gioco premia la curiosità e una certa ostinazione testarda, quella che ti fa dire “ancora un passo”. È un titolo per chi ama pensare prima di reagire, per chi preferisce scoprire invece di correre. Un viaggio più mentale che muscolare.
'Hell is Us è gratuito?'
No. È un gioco per giocatore singolo, di quelli raffinati, curati fino all’ossessione. Lo compri prima di giocarci, punto. Nessuna microtransazione nascosta, nessuna tassa digitale che ti rincorre ogni mese come un abbonamento fantasma: paghi una volta sola e basta. Dentro c’è tutto: la storia intera, l’esplorazione che ti risucchia, i combattimenti che fanno sudare le mani e quei misteri che ti restano addosso anche dopo aver spento lo schermo.
Con quali sistemi operativi è compatibile Hell is Us?
Hell is Us gira sulle piattaforme attuali. PC Windows, PlayStation 5, Xbox Series X/S. Tutto qui. Ma non lasciarti ingannare dalla semplicità dell’elenco: il motore di gioco è una bestia addestrata per spremere ogni goccia di potenza dal ferro che lo ospita, soprattutto quando si parla di realismo visivo e ambientale, quella roba che ti fa dimenticare di essere davanti a uno schermo e non dentro una tempesta di sabbia digitale. Le vecchie console? Dimenticate. Scelta coraggiosa, quasi spietata, ma grazie a questo taglio netto il team ha potuto spingersi su texture più dense, luci più vive, mondi più dettagliati. Sul PC serve una macchina decente. Non un mostro da laboratorio, ma nemmeno un rottame da ufficio.
Se fa girare gli ultimi giochi 3D senza ansimare, sei a posto. Compatibile con Windows 10 e successivi: ovvio, ma meglio dirlo. Non serve un hardware da astronauta, però il mondo semi‑aperto e la grafica cesellata chiedono rispetto: una scheda video di fascia media o alta, altrimenti addio magia visiva. E sì, puoi usare anche un controller; anzi, conviene, perché i combattimenti e i movimenti si basano su input analogici, non su click o percorsi preimpostati.
Sulle console nuove vola nativo. E lì sì che si vede la differenza: velocità da brivido, grafica che quasi fuma dallo schermo. Le impostazioni grafiche sono un piccolo teatro di nebbie, ombre e fuochi che respirano insieme per creare quell’atmosfera sospesa tra sogno e incubo. Tutto scorre liscio come seta bruciata: un paradosso perfetto per un gioco che punta all’immersione totale. E poi c’è la modalità offline. Una chicca rara oggi.
Funziona benissimo da sola, senza bisogno di server o connessioni capricciose: perfetta per chi ama perdersi in silenzio dentro mondi che sembrano vivi ma ti lasciano solo con i tuoi pensieri. Nessun aggiornamento improvviso, nessuna interruzione: solo tu e il vuoto pieno del gioco. È un’esperienza pensata per chi esplora per il gusto di farlo, per chi trova bellezza nella solitudine digitale.
Quali sono le alternative a Hell is Us?
Silent Hill f è un viaggio nella mente, non un semplice gioco. Ti trascina dentro un sogno che sa di muffa e di ricordi distorti. Negli anni Sessanta, in un Giappone che sembra sospeso tra il reale e l’incubo, la paura non esplode: si insinua piano, come una goccia che scava la pietra. Nessun mostro che salta fuori all’improvviso, solo il silenzio che ti osserva. Triste. Strano. Ogni cosa intorno a te riflette quello che hai dentro, o forse lo deforma, chi lo sa. Ti muovi tra luoghi infestati cercando di capire se ciò che vedi esiste davvero o se è solo la tua mente che si sbriciola. Alla fine, tutto ruota sempre attorno alle stesse fragilità umane: paura, perdita, colpa. E quelle immagini irreali che le avvolgono come nebbia.
Ghost of Tsushima scorre più liscio, quasi cinematografico, ma sotto quella bellezza patinata c’è la stessa lotta interiore. Tu sei Jin Sakai, samurai diviso in due: l’onore da una parte, la sopravvivenza dall’altra, mentre i Mongoli devastano la tua terra. Ogni colpo conta (non puoi sbagliare) e il vento è la tua unica guida. Niente icone luminose, niente mappe a dirti dove andare; solo la natura che ti parla sottovoce e tu che cerchi di capirla. Un po’ come in Hell is Us: nessuna mappa, solo istinto e smarrimento.
Lies of P invece è una lama fredda nel buio. Duro, spietato, ma stranamente poetico nella sua disperazione. Ti muovi tra rovine e marciume, circondato da creature simboliche che sembrano uscite da un incubo barocco. Ogni vittoria pesa poco, ogni passo avanti porta nuovi dolori. Eppure c’è qualcosa di ipnotico in tutto questo: quella malinconia condivisa con Hell is Us, dove anche sopravvivere per un minuto sembra già un miracolo.