Dispatch è, in poche parole, un piccolo genio locale travestito da proxy SOCKS. Minuscolo. Ma furbo come pochi. Immagina: sparge le nuove connessioni tra le varie interfacce di rete del tuo computer, come un direttore d’orchestra che distribuisce i fiati e gli archi per non farli suonare tutti insieme sullo stesso spartito. Così puoi sfruttare più collegamenti Internet contemporaneamente, senza impazzire dietro a configurazioni assurde. Funziona da riga di comando, niente fronzoli grafici, ascolta su una porta che decidi tu e, ogni volta che nasce una nuova connessione, la instrada attraverso uno degli indirizzi IP locali che hai scelto. Tutto qui? Non proprio.
La selezione non è casuale: usa un sistema a “round robin ponderato”, cioè assegna più peso ai link più veloci o economici e meno agli altri; in questo modo ogni nuova connessione trova il suo posto naturale, come se avesse un destino già scritto nel codice. Una volta assegnata la rotta, quella connessione resta fedele al suo percorso fino alla fine, niente salti improvvisi, e questo mantiene stabile il comportamento delle app che scaricano, trasmettono in streaming o sincronizzano dati senza sosta. Tu devi solo dire al tuo client SOCKS di puntare a “localhost”, passare a Dispatch gli IP del Wi‑Fi, dell’Ethernet o magari di un adattatore collegato via cavo, e lui fa il resto: bilancia il carico, una connessione alla volta, con la pazienza di un artigiano. Puoi elencare le interfacce disponibili, avviare il proxy con gli indirizzi che preferisci, impostare l’IP e la porta d’ascolto e (cosa non da poco) lasciare intatte le rotte di sistema.
Il suo design? Niente trucchi nascosti né magie oscure: tutto limpido, tutto nello spazio utente. Fa una sola cosa, smistare connessioni, ma la fa con una pulizia quasi ostinata, prevedibile come un orologio svizzero… o quasi.
Perché dovrei scaricare Dispatch?
Scaricalo, Dispatch, quando vuoi qualcosa di pratico. Non un giocattolo, ma un modo concreto per far convivere più connessioni senza toccare le rotte del sistema operativo né impazzire con hardware aggiuntivo. Sai quei computer che hanno due o tre strade per uscire nel mondo? Ethernet più Wi‑Fi, oppure Wi‑Fi e hotspot del telefono, o magari una giungla di VLAN. Eppure, per qualche ragione misteriosa, solo una di quelle strade viene usata davvero. Dispatch ribalta la logica: fa passare il traffico delle app dentro un proxy locale e poi smista le nuove connessioni su tutti i collegamenti che gli indichi. È come avere più corsie sull’autostrada e poter scegliere dove mandare ogni macchina.
E la differenza si sente, soprattutto con gli strumenti che aprono tante connessioni in parallelo: dividendo il carico tra più link, tutto scorre più veloce, più fluido, meno “ingolfato”. C’è anche un lato di controllo che non guasta. Puoi far girare più istanze di Dispatch, ognuna legata a un gruppo diverso di indirizzi locali; poi assegni le app a quella giusta e voilà: traffico separato per scelta, non per caso.
La chicca? Il bilanciamento “weighted round robin”. Ti permette di dare la precedenza a una linea principale ma di farti aiutare dalle altre quando serve. E poiché Dispatch decide connessione per connessione, non pacchetto per pacchetto, evita quei tremolii e rimescolamenti che rovinano tutto quando le latenze dei percorsi non coincidono. Il flusso resta limpido, leggibile da capo a fondo. Scrivi gli indirizzi, avvii il proxy, imposti il client e osservi le connessioni distribuirsi secondo i pesi che hai scelto. Se vuoi spremere fino all’ultimo bit dalle linee dormienti e mantenere il pieno controllo della macchina davanti a te… Dispatch è la chiave. Niente driver strani, niente moduli kernel o regole arcane da amministratore insonne. Solo tu e la rete che finalmente obbedisce.
Dispatch è gratuito?
Sì. È open source, questo Dispatch. Gratis, libero come l’aria: lo usi dove vuoi, per affari o per gioco, senza tirar fuori un centesimo. Puoi prenderlo già pronto (il classico binario precompilato) oppure sporcarti le mani e costruirlo da zero con la tua fidata catena Rust. Niente schermate d’accesso. Nessun login, nessuna registrazione fastidiosa: solo tu e il terminale.
Un comando secco per vedere le interfacce di rete; un altro, limpido come acqua di fonte, per far partire un server SOCKS legato agli indirizzi locali che scegli tu, con quei “pesi” opzionali che decidono quanto spesso ogni interfaccia entra in gioco. Le flag? Chiare come un cartello stradale. L’help è corto, non ti fa perdere la pazienza; e se vuoi spiare le decisioni durante i test, puoi buttare i log direttamente su stdout e guardare tutto in diretta. Ti piace la precisione maniacale delle build riproducibili? O magari vuoi infilarlo nella tua pipeline CI come un pezzo di Lego? Nessun problema: il percorso sorgente lo permette senza storie.
Preferisci invece la via rapida, zero compilazioni e via andare? Ci sono gli artefatti già pronti per le piattaforme più comuni. L’idea è semplice ma quasi poetica: abbassare ogni barriera possibile. Scarichi o compili, lanci un comando solo, punti il client verso il proxy locale e zac: inizi a smistare connessioni tra i collegamenti che già possiedi. Tutto qui. E funziona davvero.
Con quali sistemi operativi è compatibile Dispatch?
Funziona ovunque. Mac, Windows, Linux: non fa differenze, come un camaleonte digitale che si adatta al colore del sistema. Se vuoi, scarichi la versione già pronta per il tuo ambiente; se sei del tipo che ama sporcarsi le mani, la compili da sorgente e via, stesso rituale su ogni piattaforma. C’è un comando, “list”, che ti svela le interfacce di rete disponibili. Poi parte il gioco: avvii il proxy, gli dici quali indirizzi IP locali vuoi usare e, se ti senti strategico, assegni dei pesi per far preferire una connessione rispetto a un’altra. Tutto personalizzabile: l’IP su cui il proxy resta in ascolto, la porta da cui accetta i contatti… ma di default è già pronto per girare in locale senza troppi drammi.
Qualsiasi client che capisca il linguaggio dei proxy SOCKS può puntare dritto a quell’indirizzo. E qui viene la parte elegante: Dispatch resta nello spazio utente, non scava nei meandri del kernel, e inoltra le connessioni intere come un maggiordomo discreto; così le rotte del sistema restano pulite, senza dover trafficare con regole di rete assurde o specifiche per ogni piattaforma. IPv4? Gli dai indirizzi IPv4 locali. IPv6? Stessa logica, ma in versione più lunga e moderna. È una regola semplice ma geniale: garantisce che ogni connessione parta sempre con l’indirizzo giusto, senza confusione. Il risultato? Un attrezzo minuscolo ma tosto, portatile come un coltellino svizzero digitale. Si comporta allo stesso modo su un server Linux, su un PC Windows o su un portatile Mac: e questa coerenza lo rende perfetto sia per chi ama i setup personali curati al millimetro sia per chi gestisce flotte miste di macchine ribelli.
Quali sono le alternative a Dispatch?
OpenMPTCProuter è una creatura strana. Tutto gira intorno al router, non ai singoli programmi. Si prende più connessioni: fibra, DSL, 4G, quel che hai, e le fonde in un’unica arteria digitale usando il MultiPath TCP, con dentro un’anima OpenWrt che pulsa come un cuore tecnico. Non è roba per app isolate, ma per quei dispositivi che vivono per fare da guardiani del traffico: gateway puri, senza distrazioni. Quando ti metti in testa di unire tutto, la linea del telefono, la fibra che corre sotto casa e il segnale ballerino del cellulare, in un solo flusso coerente che porti internet a ogni angolo di casa o ufficio. . . beh, allora questo è il giocattolo giusto. Rinunci alla semplicità di un proxy locale, sì, ma guadagni una soluzione completa al bordo della rete: un sistema che orchestra ogni collegamento e definisce chi è chi dentro il router.
Speedify invece gioca su un altro campo. È un servizio e pure un’app; lega insieme più connessioni e si prepara a intervenire se una cade, come un acrobata con la rete di sicurezza. Mette in comune Wi‑Fi, cellulare, Ethernet e persino i cavi USB del tethering, creando un unico tubo più veloce e stabile; aggiunge anche qualche trucco utile per streaming e chiamate dal vivo. Se vuoi qualcosa che faccia da colla intelligente tra desktop e smartphone, con una dorsale gestita dietro le quinte, allora questa è una soluzione “più alta nello stack”, diciamo così: non si limita a fare da dispatcher locale tipo SOCKS, ma abbraccia più dispositivi in una volta sola.
NetOptimizer? Un’altra storia ancora. Non lega connessioni né divide traffico: si concentra sul mettere ordine dentro Windows, limando parametri nascosti per far sembrare la tua rete più scattante. Analizza il PC come un meccanico curioso e tocca le viti giuste per spremere qualche millisecondo in meno di latenza o una risposta più pronta. È utile quando il problema non è la linea ma la configurazione: vuoi migliorare senza sporcarti le mani nel registro di sistema? Ecco, lui lo fa per te. Non si oppone a strumenti come Dispatch; gli cammina accanto, diciamo così, mentre Dispatch intreccia più strade insieme, NetOptimizer ne lucida una sola fino a farla brillare.