Selaco. Un nome che suona come un colpo secco. È uno sparatutto in prima persona, sì, ma non di quelli che ti tengono per mano: qui si respira polvere di vecchia scuola, con un retrogusto moderno che graffia. Ti viene subito da pensare a F. E. A. R. , a Half-Life, e non a caso. C’è quell’energia lì, quella furia disordinata che si mescola con la curiosità di scoprire cosa diavolo stia succedendo dietro ogni porta chiusa. Tu sei Dawn Collins, capitano della sicurezza a bordo della stazione spaziale Selaco. Enorme, metallica, sospesa nel vuoto come un ultimo rifugio dell’umanità dopo che la Terra è andata in pezzi. Tutto tranquillo, finché (bang) l’inferno si spalanca e la calma evapora in un lampo di sirene e proiettili. Costruito sul motore GZDoom, il gioco sembra retro, all’inizio. Ma è solo una trappola visiva: gli sviluppatori hanno tirato quella vecchia estetica fino al limite del collasso, spremendone ogni pixel. I muri si sbriciolano sotto i colpi, i nemici non fanno la figura dei burattini: ti aggirano, ti incastrano, ti sorprendono come se avessero un cervello vero. Ogni scontro è una danza brutale ma precisa, dove sopravvivi solo se resti lucido.
Niente filmati lunghi o pause da cinema: qui tutto vive nel movimento, nel suono metallico dei passi e nella tensione che ti stringe lo stomaco mentre attraversi ambienti collegati tra loro come vene di un unico corpo pulsante. La campagna? Non finisce presto, te lo dico subito. È densa, stratificata, piena di silenzi sospesi tra un colpo e l’altro: quei momenti in cui il respiro si ferma e senti solo l’eco lontana del tuo stesso passo. La colonna sonora originale cambia pelle mentre giochi: elettronica tagliente o ambient rarefatto, a seconda di dove ti porta la storia, tra corridoi devastati e laboratori segreti dove il tempo sembra essersi arreso. Un viaggio. Sporco, teso, vivo.
Perché dovrei scaricare Selaco?
Selaco è strano. Sembra uscito da un vecchio floppy, ma poi ti sorprende con un’anima nuova di zecca, lucida e cattiva. È come se qualcuno avesse preso un ricordo degli anni ’90 e gli avesse infilato dentro un motore a reazione: ti risponde subito, scatta, vibra. Eppure non è solo nostalgia: c’è un’intelligenza artificiale che ti osserva, pare quasi respirare; muri che si sbriciolano sotto i colpi, schegge che volano come zanzare impazzite. A volte spari a caso contro una parete solo per stanare un nemico codardo, altre resti a guardare le granate che fanno saltare in aria cartacce e detriti come in una tempesta domestica. Poi c’è la storia.
Sì, la storia, quella cosa che nei vecchi sparatutto era un optional dimenticato nel menu. Qui invece prende forma: log da leggere, indizi ambientali, messaggi di Dawn che ti parlano come se fossi l’unico superstite con cui confidarsi. Piano piano la stazione si apre, stanza dopo stanza, tra silenzi sospesi e raffiche di mitra che fanno da punteggiatura al mistero. E quando pensi di aver finito… sorpresa. Il gioco si rigenera da sé: modalità Randomizer, Incursion, Infestation — nomi che suonano come minacce e promesse insieme. Ti rimescola le carte, cambia i nemici, ribalta le regole; e se hai ancora fiato, ti butta in arene dove contano solo i riflessi e la testardaggine. Le armi? Le puoi potenziare, smontare, riassemblare: lente e pesanti come martelli o leggere e chirurgiche come bisturi impazziti. Selaco non perdona chi si distrae.
Ogni proiettile pesa, ogni copertura è vita o morte. Non ti prende per mano, ti osserva, piuttosto, e valuta quanto sei bravo davvero. L’intelligenza artificiale cambia umore: reagisce alla tua rabbia o alla tua prudenza come farebbe un avversario in carne e ossa. E pensare che dietro tutto questo non c’è una grande casa di sviluppo… incredibile. Davvero incredibile.
Selaco è gratuito?
No, Selaco non è gratis. È un gioco a pagamento su Steam, punto. Però, e qui viene il bello, dentro ci trovi una campagna single-player completa, modalità sopravvivenza e un mucchio di chicche per chi ama rigiocare finché non si stanca (ammesso che ci si stanchi mai). Il tempo vola, giuro. Ogni tanto gli sviluppatori si svegliano con l’ispirazione e tirano fuori aggiornamenti o piccole demo: giusto per farti assaggiare l’atmosfera prima di mettere mano al portafoglio. Ma l’esperienza intera, quella vera, la vivi solo dopo averla comprata.
Con quali sistemi operativi è compatibile Selaco?
Selaco vive dentro il computer. Letteralmente. È roba per chi ama smanettare con le impostazioni, spremere ogni frame come fosse oro liquido. Funziona su Windows 10 e 11, sì, anche lì, ma se sei del partito mela puoi scaricarlo pure su macOS. E la cosa buffa? Si appoggia a GZDoom, quindi non ti serve un mostro di macchina: gira liscio anche su configurazioni di fascia media, quelle che ormai sembrano quasi vintage ma ancora mordono. Certo, se hai una GPU più potente, il gioco ti ringrazia: le luci respirano meglio, gli ambienti si sbriciolano con una grazia quasi poetica. Ah, e c’è pure la versione Linux, grazie a Proton. Non perfetta, ma dignitosa (parola degli utenti che l’hanno provata e non si sono lamentati troppo (il che è già un miracolo)).
GZDoom è portatile, flessibile come un coltellino svizzero digitale; però il cuore del progetto batte ancora su Windows. Console? Niente da fare per ora. Ma chissà, magari un giorno… se le prestazioni su PC continuano così, tutto è possibile. Si gioca con tastiera e mouse. O con un controller, se proprio vuoi sentirti comodo sul divano. Ma il mouse… ah, il mouse! È tutta un’altra storia: velocità, precisione, quel senso di controllo totale che ti fa dimenticare il mondo fuori dallo schermo. Gli sviluppatori hanno spremuto ogni millisecondo: caricamenti più rapidi, esplosioni che non inciampano più come una vecchia scheda video sotto stress. E sai la cosa migliore? Non serve un hardware da fantascienza. I requisiti sono ridicoli rispetto ai colossi moderni del genere sparatutto. Ti basta un PC decente e la voglia di far rumore.
Quali sono le alternative a Selaco?
Un altro sparatutto, un miscuglio di battaglie ad alta tensione e mondi strani da respirare a pieni polmoni, si chiama Atomic Heart. Un delirio. È ambientato in una linea temporale alternativa dell’era sovietica, ma con un’estetica retro-futurista che sembra uscita da un sogno lucido: esperimenti deviati, poteri fuori controllo, architetture che oscillano tra il geniale e il folle. Tutto è descritto con una cura quasi ossessiva, come se ogni vite e ogni tubo avessero una storia da raccontare. E anche se visivamente più cinematografico e levigato rispetto a Selaco, conserva quella stessa sensazione di esplorare un mondo rotto, pieno di segreti che non vogliono farsi trovare. In sostanza: Atomic Heart punta allo spettacolo; Selaco, invece, resta ancorato al tiro preciso, tattico, quasi chirurgico.
Poi c’è METAL EDEN. Un proiettile impazzito. Uno sparatutto indie che corre come un treno lanciato nel neon: cyberpunk fino al midollo ma con l’anima dei vecchi FPS anni ’90. Non ha la trama stratificata di Selaco, eppure regala quella scarica pura, armi che rispondono come pugni nello stomaco, scenari distruttibili, risse tra cervelli affilati quanto le lame. Il suo mondo è astratto, distorto, immerso in luci acide e geometrie impossibili. Qui contano i riflessi, il ritmo, le raffiche brevi e feroci; niente esplorazioni infinite o pause contemplative. Chi ama la precisione meccanica di DOOM o Ultrakill troverà qui una variazione gustosa, un diversivo che vibra di energia grezza.
E poi arriva DOOM: The Dark Ages. Una bestia diversa. Un ritorno alle origini ma con l’odore del ferro arrugginito e del sangue antico: niente basi futuristiche o armi scientifiche, solo orde demoniache in un medioevo brutale dove si combatte corpo a corpo come dannati. Il ritmo resta quello frenetico della saga moderna, ma le armi pesano di più, i movimenti sono meno rapidi; ogni colpo sembra spaccare la terra sotto i piedi. Se Selaco è tattica e contenimento, The Dark Ages è pura forza bruta e caos primordiale. Entrambi pulsano della stessa adrenalina liquida e dell’azione fluida che definisce il genere FPS; solo che uno guarda dentro sé stesso, calcolando ogni passo, mentre l’altro esplode verso l’esterno come un urlo metallico nel buio.