Non sei un eroe. Neanche un soldato. Niente corazze, niente spade laser o superpoteri. Giochi… un gatto. Sì, proprio così: un randagio qualunque che finisce, per qualche scherzo del destino, in una città cibernetica che sembra uscita da un sogno al neon e un incubo di ferraglia. La città è strana. Stranissima.
Cartelli luminosi che lampeggiano come se avessero nostalgia di qualcuno, macchine rotte che sussurrano storie dimenticate, robot che imitano gli umani con una tenerezza quasi inquietante e (tra i vicoli) creature che non ti sorridono affatto. Gli umani? Spariti. Puff. Nessuno sa dove siano andati, e quel mistero resta lì, sospeso come una nota stonata mentre tu esplori ogni angolo arrugginito. È tutto in terza persona: vedi il gatto muoversi sullo schermo, saltare da un tetto all’altro, infilarsi nei condotti stretti come se fosse nato per farlo (e in effetti lo è). Ti bilanci sui tubi, scivoli tra le fessure, ti fermi a grattare un muro o a miagolare nel vuoto solo perché… perché sì. E sono proprio quei gesti inutili, minuscoli, che rendono tutto incredibilmente vero. Poi arriva lui: B-12.
Un drone minuscolo, lucente come una lucciola tecnologica, che diventa il tuo compagno di viaggio. Traduce il linguaggio dei robot, trasporta oggetti troppo pesanti per le tue zampette e apre porte che da solo non potresti nemmeno sognarti di forzare. È una strana amicizia quella tra voi due (una creatura fragile e un pezzo di metallo con un cuore digitale) ma funziona. Perché tu non sei forte. Sei solo un gatto. Non combatti; ti infili nell’ombra, corri quando serve, risolvi enigmi con l’agilità delle zampe e l’ingegno del tuo piccolo alleato volante. Ed è proprio questo equilibrio tra vulnerabilità e astuzia a rendere Stray qualcosa di diverso: non un gioco da vincere, ma un viaggio da sentire sotto pelle, come il brivido di una carezza data contropelo.
Perché dovrei scaricare Stray?
Non assomiglia a niente, davvero. La maggior parte dei videogiochi ti butta addosso combattimenti, bottini da raccogliere, livelli da macinare come un criceto nella ruota. Stray no. Si prende il suo tempo, rallenta il battito, ti lascia respirare dentro un’atmosfera che sembra viva, anche se tutto intorno cade a pezzi e lampeggia di neon stanchi. Cammini tra vicoli corrosi e insegne che sfrigolano, e invece di spuntare caselle su una lista di missioni, ti ritrovi a guardare, ad ascoltare, a esserci. È una sensazione rara. Quasi terapeutica. E poi c’è il gatto. O meglio: il modo in cui è gatto.
Puoi far cadere bottiglie da uno scaffale solo per il gusto del rumore, arrotolarti in un angolo e dormire come se il mondo potesse aspettare, graffiare un tappeto o strusciarti contro le gambe metalliche di un robot che non capisce ma sembra apprezzare. Non sono trovate da marketing; sono gesti veri, minuscoli, che ti fanno sentire l’animale che controlli. Se hai mai avuto un gatto, lo riconosci subito, e ti scappa un sorriso involontario. La città poi. . . accidenti se respira.
È piena di robot, sì, ma sembra più viva di tante metropoli reali: luci tremolanti, graffiti che raccontano storie dimenticate, spazzatura accumulata negli angoli come ricordi che nessuno vuole buttare via. Ti viene voglia di fermarti e basta. Guardare. Molti giocatori finiscono per fare screenshot a raffica: ogni angolo pare un quadro dipinto con malinconia e ruggine. La storia non punta in alto, e proprio per questo colpisce più forte.
Non devi salvare l’universo; devi solo tornare a casa. Ma nel farlo cambi qualcosa nel piccolo mondo dei robot che incontri. È lì che si nasconde l’emozione: nel contatto, nella speranza fragile, in quella lieve perdita che non ha bisogno di grandi discorsi per farsi sentire. E poi è accessibile, cosa rara oggi. Lo finisci in poche sessioni, senza dover sacrificare settimane o leggere manuali infiniti. È perfetto per chi non gioca mai ma è curioso di provare qualcosa di diverso; e pure per chi gioca da sempre ma vuole una pausa breve, densa di senso. Alla fine resta impresso. Impossibile confonderlo con altro: un gatto in una città cyberpunk, già solo questo basterebbe a renderlo unico. E sì, vale la pena provarlo solo per quello.
Stray è gratuito?
No, Stray non è gratis. È un gioco a pagamento, punto. Lo compri dove vuoi, su qualunque piattaforma ti faccia battere il cuore da giocatore. Il prezzo? Non è da kolossal hollywoodiano, ma nemmeno da “free-to-play” con le pubblicità che ti inseguono come zanzare d’estate.
A volte, e qui viene la parte curiosa, lo trovi incluso in abbonamenti tipo PlayStation Plus o Xbox Game Pass; in quei momenti magici gli iscritti possono provarlo senza tirare fuori un centesimo in più. Ma attenzione: dipende dal periodo, e pure dalla zona del mondo in cui ti trovi. Fuori da quelle finestre fortunate, lo compri una volta sola e basta. Fine della storia. Niente trappole, niente microtransazioni nascoste che ti aspettano dietro l’angolo come ladri nella notte.
Con quali sistemi operativi è compatibile Stray?
Nel 2022 è spuntato fuori, quasi in punta di piedi, su PlayStation e PC. Poi ha fatto il salto: PS4, PS5, Steam su Windows. Un anno dopo, 2023, è toccato ai Mac con chip Apple Silicon, e lì molti hanno pensato “ok, adesso basta”. Ma no. Poco dopo si è infilato anche su Xbox One e sulle più muscolose Series X/S. E come se non bastasse, a fine 2024. . . sorpresa: pure su Nintendo Switch. Praticamente ovunque. Tranne sui telefoni, per ora.
E gira che è una meraviglia sulle macchine potenti: PS5, Series X, roba che ti fa brillare gli occhi per la fluidità e la nitidezza. Sulle console più vecchie, tipo la PS4, regge ancora bene il colpo; certo, le immagini non tagliano l’aria come lame e ogni tanto il frame rate inciampa un po’, ma resta giocabile e piacevole. Anzi, sulla Switch ha un fascino diverso: portatile, intimo, quasi da viaggio notturno in treno con le cuffie nelle orecchie. Su PC? Niente panico: non serve un mostro di scheda grafica. Le richieste sono modeste, e questo lo rende democratico: un gioco che non ti chiede di vendere un rene per godertelo.
Quali sono le alternative a Stray?
Il paragone più vicino? Forse Little Kitty Big City. Colori ovunque. Luce. Gioco. Ti ritrovi nei panni di un gatto, sì, ma non quello malinconico e silenzioso che vaga tra i neon di una città cyberpunk: qui c’è il sole che picchia sui tetti, la gente che ride, e tu che combini guai come se fosse un’arte. È un viaggio verso casa, ma con leggerezza, con quella voglia di esplorare senza pensieri. Niente misteri oscuri o atmosfere sospese: solo divertimento, curiosità e un pizzico di ironia felina. Se Stray ti è sembrato troppo serio o pesante, eccolo qui il suo fratello minore più spensierato, pronto a farti sorridere invece che riflettere.
Poi c’è The Spirit and the Mouse. Altro tono. Altra anima. Non sei un gatto stavolta, ma un topolino minuscolo che corre tra le stradine di un villaggio francese da cartolina. Tutto scorre piano, ma in modo diverso: al posto dei neon freddi ci sono lampioni caldi e spiriti gentili che ti parlano come vecchi amici. È un gioco fatto di piccoli gesti buoni, enigmi da risolvere e persone da aiutare. Nessuna ansia, nessuna corsa contro il tempo: solo quella sensazione di calma che ti prende quando fuori piove e tu resti dentro con una tazza calda. Se in Stray ti piaceva la parte rilassante, qui la ritrovi amplificata, come una carezza digitale.
E poi arriva Grounded. Né gatti né topi. Eppure… qualcosa risuona. Ti rimpiccioliscono (letteralmente) e ti ritrovi in un giardino che diventa una giungla titanica: fili d’erba alti come palazzi, insetti grandi quanto mostri mitologici. È un gioco di sopravvivenza, sì: costruisci, combatti, resisti. Ma sotto tutto questo c’è quella stessa sensazione di fragilità e meraviglia che Stray sapeva evocare così bene. Un cambio di prospettiva radicale, quasi terapeutico; vedere il mondo da minuscolo ti fa ricordare quanto sia immenso anche il più banale dei cortili.